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“Stu libru apparteni a u so proprietariu Fathallah Saad”. La storia passa dai muri di Palermo

Un muro bianco. Una scritta in arabo e un’altra in palermitano. 

Stu libru apparteni a u so proprietariu Fathallah Saad.

L’accattò chi sò picciuli in principiu du marzo 1892.

Il murale di Emily Jacir , a Palermo

Questo grande murale è apparso nel mese di ottobre in pieno centro storico a Palermo. 

Siamo in via Vincenzo Cantavespri, tra i locali della movida notturna, a metà tra piazza Rivoluzione e piazza Sant’Anna. Insomma, siamo in una delle strade principali percorse ogni sera da decine di giovani e meno giovani.

Il murale non sarà quindi sfuggito a tanti curiosi con il naso all’insù. Ma vi siete chiesti qual è il suo significato?

Io incuriosita dalla scritta, ho fatto un po’ di ricerche sul web e ho scoperto una storia molto bella che vi racconto. 

Parliamo innanzitutto di un murale esposto anche a New York, ma con la scritta in arabo e in inglese.

Il murale di Emily Jacir sull’High Line di New York

L’artista che lo ha creato è una donna palestinese di nome Emily Jacir. Ha realizzato l’opera nel 2014 in occasione della manifestazione DOCUMENTA (13) di Kassel.

L’installazione di Jacir si inserisce nel contesto della BAM 2019, la Biennale Arcipelago Mediterraneo – che fa tappa a Palermo dal 6 novembre all’8 dicembre. 

La manifestazione – dal titolo ÜberMauer – si svolge nell’anno in cui ricorrono tre anniversari di forte significato politico e simbolico: i 30 anni della caduta del Muro di Berlino e della rivolta di Piazza Tienanmen e il cinquantenario dei moti di Stonewall.

Da questi spunti storici prende avvio il progetto che vede un ricco palinsesto di eventi, disseminati nei luoghi storici della città e con la partecipazione di artisti di fama internazionale. 

Torniamo dunque all’opera. Per capirne il significato dobbiamo aprire una parentesi storica.

Breve e concisa, promesso!

Siamo nel 1947. Le Nazioni Unite hanno appena firmato la Risoluzione che approva la creazione di uno Stato ebraico. 

Dopo questi fatti, 700.000 arabi palestinesi furono costretti ad abbandonare la propria terra. Molti furono espulsi, altri non ebbero più il permesso di ritornarvi, anche dopo la fine della guerra arabo-israeliana del ’48.

Con questa emigrazione di massa, migliaia di libri (oltre 30 mila) furono abbandonati o portati via da case, scuole e chiese. Circa ottomila di questi sono stati recuperati e  conservati nella National Library of Israel a Gerusalemme,  contraddistinti da una sigla: AP – Abandoned Property.

La Libreria Nazionale di Israele, a Gerusalemme

Per gli americani questa operazione di recupero fu un vero e proprio salvataggio di materiale prezioso. Nella visione araba invece si parla di saccheggio sistematico.

Arriviamo all’artista del murale.

Emily Jacir ha frequentato per due anni la National Library of Israel.

Ha potuto toccare con mano i libri e i documenti della sezione AP. Li ha sfogliati e analizzati a lungo, fino a quando si è lasciata incantare dalle piccole tracce. Dediche, note a margine, piccole scritte, scarabocchi e disegni. 

Ecco quindi che diventa chiaro cosa è raffigurato su quel murale esposto a Palermo e a New York

Lo sfondo bianco è il pezzetto di carta ritrovato tra le pagine di uno dei tanti libri abbandonati e poi recuperati. 

La scritta in arabo (e in palermitano) è proprio una di quelle piccole tracce.

Un’immagine che rende perfettamente il silenzio dei libri abbandonati, perduti, lontani da chi li aveva scelti, acquistati, letti.

Ma allo stesso tempo è un’immagine che riporta in vita quei libri. Le scritte sono segnali di vita passata attraverso quei manoscritti.

E il murale è un omaggio alla memoria che, simbolicamente, riconsegna i libri ai legittimi proprietari.


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